City ​(olasz) 2 csillagozás

Alessandro Baricco: City (olasz) Alessandro Baricco: City (olasz) Alessandro Baricco: City (olasz) Alessandro Baricco: City (olasz) Alessandro Baricco: City (olasz) Alessandro Baricco: City (olasz) Alessandro Baricco: City (olasz) Alessandro Baricco: City (olasz) Alessandro Baricco: City (olasz)

„Questo libro è costruito come una città, come l'idea di una città. Mi piaceva che il titolo lo dicesse. Adesso lo dice. Le storie sono quartieri, i personaggi sono strade. Il resto è tempo che passa, voglia di vagabondare e bisogno di guardare. Ci ho viaggiato per tre anni, in City. Il lettore, se vorrà, potrà rifare la mia strada. È il bello, e il difficile, di tutti i libri: si può viaggiare nel viaggio di un altro? Quanto ai personaggi – alle strade – c'è un po' di tutto. Ci sono uno che è un gigante, uno che è muto, un barbiere che il giovedì taglia i capelli gratis, un generale dell'esercito, molti professori, gente che gioca a pallone, un bambino nero che tira a canestro e ci becca sempre. Gente così.” (Alessandro Baricco)

Eredeti megjelenés éve: 1999

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Feltrinelli, Milánó, 2013
266 oldal · ISBN: 9788807882807
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Feltrinelli, Milánó, 2008
266 oldal · ISBN: 8807819678
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Rizzoli, Milano, 2006
318 oldal · ISBN: 881786563X

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Kiemelt értékelések

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Alessandro Baricco: City (olasz)

Úgy ötven oldal elolvasása után semmit nem értettem a történetből, olyan kusza volt, mintha összekeveredtek volna a lapok. Szerencsére találtam némi segítséget az értelmezéshez az interneten, és egy csapásra letisztult minden.
A kulcs a cím: City.
A történet: város.
A szereplők: utcák.
Az addig szinte követhetetlen szereplő- és elbeszélőváltások, térbeli és időbeli ugrások kitisztultak, egyik utcából könnyen átkanyarodtam a következőbe, játszótérből az aluljáróba, gyárnegyedből a városközpontba.
Különleges élmény volt olvasni.
Shatzy a várost egyik végétől a másikig átszelő sugárút, tele élénk színű házakkal és napfénnyel, záróra előtt ingyen süteményeket osztogató cukrászdákkal és idős emberekre mosolygó fiatalokkal.
A sugárút a külvárosban végződik, ahol a szél kavarja a homokot, az utcák a sivatagba futnak, egyszintes faházak előtt puskákkal kezükben néznek a semmibe az ott lakók.
Gould keskeny utca, mely sokáig a föld alatt fut, ott lenn a lámpafényt alig lehet megkülönböztetni a nap fényétől, a falra gyönyörű képeket festettek. Első utunkon itt észre sem vesszük, hogy a föld alatt járunk. Az aluljáró a központtól távol bukkan felszínre, óriási gyerekvárosban, játszóterek és sportpályák váltják egymást, felnőttet egyet sem látni.
Mondrian Kilroy tanár úr egy körgyűrű, a házak út felőli oldala itt mind ovális. Elég unalmas környék, a maga múzeumaival, operaházaival és alacsonyabb rendű szórakozóhelyeivel, ám ha valaki az utcát járva ahelyett, hogy a lépésére figyelne, benéz egy-egy ház belső udvarába, a könnye is kicsordul a leírhatatlan szépségtől.

*
(Tilla egy park, néhány utca fut be ide. Magas sövény övezi. Amikor a kapuja zárva van, az egész park láthatatlanná válik. Nyitva tartási ideje nincs, néha hetekig zárva van vagy napokig nyitva marad. Ösvényeit pici kerek kavicsokkal szórták fel, akár mezítláb is rájuk lehet lépni. Kertésze sincs, ezért a fű gondozatlannak, gazosnak tűnik, valójában ezerféle vadvirág lakik itt. Diófák adnak árnyékot a padoknak. Az elhagyatott sírok (vagy talán emlékművek?) nem félelmetesek, nyugalmat adnak a helynek.)

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Népszerű idézetek

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– Ti accompagno.
– Perchè?
– Voglio vedere questa benedetta scuola –, disse Shatzy.
Così uscirono, tutt'e due, si poteva andare con il pullman, oppure a piedi.
– Facciamo un pezzo a piedi poi magari prendiamo il pullman.
– Okay, ma copriti.
– Cos'hai detto?
– Non so, Gould, cos'ho detto?
– Copriti.
– Ma va'.
– Giuro.
– Te lo sei sognato.
– Hai detto copriti, come se fossi mia madre.
– Dai, andiamo.
– L'avevi detto.
– Finiscila.
– Giuro.
– E copriti.

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Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte, se solo ti avessero insegnato, piuttosto, a essere felice rimanendo immobile. Tutte quelle storie sulla tua strada. Trovare la tua strada. Andare per la tua strada. Magari invece siamo fatti per vivere in una piazza, o in un giardino pubblico, fermi lì, a far passare la vita, magari siamo un crocicchio, il mondo ha bisogno che stiamo fermi, sarebbe un disastro se solo ce ne andassimo, a un certo punto, per la nostra strada, quale strada?, sono gli altri le strade, io sono una piazza, non porto in nessun posto, io sono un posto.

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[…] se proprio voglio trovare qualcosa che mi faccia digerire tutta questa faccenda, finisco per pensare ai fiumi, e al fatto che si son messi lì a studiarli perché giustamente non gli tornava 'sta storia che un fiume, dovendo arrivare al mare, ci metta tutto quel tempo, cioè scelga, deliberatamente, di fare un sacco di curve, invece di puntare diritto allo scopo, devi ammettere che c'è qualcosa di assurdo in tutte quelle curve, e così si sono messi a studiare la faccenda e quello che hanno scoperto alla fine, c'è da non crederci, è che qualsiasi fiume, non importa dove sia o quanto sia lungo, qualsiasi fiume, proprio qualsiasi fiume, prima di arrivare al mare fa esattamente una strada tre volte più lunga di quella che farebbe se andasse diritto, sbalorditivo, se ci peni, ci mette tre volte tanto quello che sarebbe necessario, e tutto a furia di curve, appunto, solo con questo stratagemma delle curve, e non questo fiume o quello, ma tutti i fiumi, come se fosse una cosa obbligatoria, una specie di regola uguale per tutti, che è una cosa da non credere, veramente, pazzesca, ma è quello che hanno scoperto con scientifica sicurezza a forza di studiare i fiumi, tutti i fiumi, hanno scoperto che non sono matti, è la loro natura di fiumi che li obbliga a quel girovagare continuo, e perfino esatto, tanto che tutti, dico tutti, alla fine, navigano per una strada tre volte più lunga del necessario, anzi, per essere esatti, tre volte virgola quattordici, giuro, il famoso pi greco, non ci volevo credere, in effetti, ma pare che sia proprio così, devi prendere la loro distanza dal mare, moltiplicarla per pi greco e hai la lunghezza della strada che effettivamente fanno, il che, ho pensato, è una gran figata, perché, ho pensato, c'è una regola per loro vuoi che non ci sia per noi, voglio dire, il meno che ti puoi aspettare è che anche per noi sia più o meno lo stesso, e che tutto questo sbandare da una parte e dall'altra, come se fossimo matti, o peggio smarriti, in realtà è il nostro modo di andare diritti, modo scientificamente esatto, e per così dire già preordinato, benché indubbiamente simile a una sequenza disordinata di errori, o ripensamenti, ma solo in apparenza perché in realtà è semplicemente il nostro modo di andare dove dobbiamo andare, il modo che è specificatamente nostro, la nostra natura, per così dire, cosa volevo dire?, quella storia dei fiumi, sì, è una storia che se ci pensi è rassicurante, io la trovo molto rassicurante, che ci sia una regola oggettiva dietro a tutte le nostre stupidate […]

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[…] non c'è in nessuna donna tutta la donna che c'è in un tacco a spillo perso per strada…

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Ma era sua convinzione che la presenza di superfici curve nell'indice dell'esistente fosse tutt'altro che accidentale, e anzi rappresentasse in qualche modo la via di fuga attraverso cui il reale sfuggiva al suo destino di struttura forte, ortogonalmente organizzata, e fatalmente bloccata.

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Gould si alzò, e andò a toccare con un dito la mano grigia del prof. Taltomar. Come toccare la pelle di un animale preistorico. Liscia e vecchia. La macchina respirava con Taltomar, gli dava un ritmo costante, tranquillo. Non sembrava una lotta. Sembrava dopo una lotta. Gould tornò a sedersi. Si mise a respirare al ritmo della macchina. La macchina respira con Taltomar, Gould respira con la macchina, Gould respira con Taltomar. E come passeggiare insieme, professore.

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Era ancora buio. C'erano rumori strani, rumori che di giorno non si sentono. Come briciole di cose che erano rimaste indietro, e adesso si davano da fare per raggiungere il mondo, e arrivare puntuali all'alba, nel ventre del rumore planetario.

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Era una specie di lancinante, dolorosa meraviglia. Non so se ha presente, colonnello. E un po' come quando si guardano i trenini elettrici, soprattutto se c'è il plastico, con la stazione e le gallerie, le mucche nei prati e i lampioncini accesi di fianco ai passaggi a livello. Succede anche lì. Oppure quando si vede nei cartoni animati la casa dei topolini, con le scatole di fiammiferi al posto dei letti, e il quadro del nonno topo alla parete, la libreria, e un cucchiaio che fa da sedia a dondolo. Ti senti una specie di consolazione, dentro, quasi una rivelazione, che ti spalanca l'anima, per così dire, ma contemporaneamente senti una specie di fitta, come la sensazione di una perdita irrimediabile, e definitiva. Una dolce catastrofe. Credo che c'entri il fatto di essere sempre fuori, in quei momenti lì, sei sempre lì che li guardi da fuori. Non ci puoi entrare, nel trenino, questo è il fatto, e la casa dei topi è qualcosa che rimane lì, nella televisione, e tu sei irrimediabilmente davanti, la guardi ed è tutto quello che puoi fare.

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Nulla può diventare così insignificante come qualsiasi cosa de ti ci svegli di fianco tutte le mattine della tua vita.

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Per anni in effetti avevo spiato le donne, lì dentro, sospettando istintivamente che se c'era una soluzione una donna l'avrebbe scoperta, non foss'altro che per oggettiva complicità tra enigmi.


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